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           Nel 1828 un agronomo austriaco, Johann Burger, compì un viaggio distudio nell’allora Regno Lombardo – Veneto, che era parte dei vasti e compositi domini di Casa d’Asburgo. Lo stupì, in particolare, la parte irrigua della pianura lombarda, zona che trae le sue caratteristiche paesaggistiche ed economiche soprattutto dalla presenza di risorgive e fontanili.

  Le sue parole sono un inno alla bellezza e alla ricchezza delle nostre campagne.

  “Non c’è nulla di tanta meraviglia all’agronomo viaggiatore, come la quantità di terre sottoposte alla irrigazione nella Lombardia. Non son già solo alcuni prati, o quelli di parecchi comuni, ma sì bene le terre di intere provincie, campi e prati ad un tempo, tutti irrigati e che offrono lo stupendo spettacolo di una grandissima fertilità. Mentre nei paesi non irrigati, il sole cuocente e una lunga arsura appassiscono e fanno morire tutte le piante, si vede, per contrario, la più ricca vegetazione in quelle contrade privilegiate dove il caldo è un benefizio, perché l’industre colono ha cura di non lasciarle penuriare d’acqua. (...) L’acqua che si distribuisce largamente sulle terre, congiunta al caldo del clima e al copioso ingrasso che somministra il bestiame, spiegano la ricchezza dei prati in Lombardia”.

  Burger prosegue a lungo, da specialista, indicando le diverse tipologie di canali di irrigazione e di prato, come si diceva un tempo, adacquatorio, termine che ricorda la sua origine dialettale, fino a giungere al più tipico esempio di prato irrigato della Lombardia, cioè la marcita.

  Con questa tecnica era possibile ottenere erba fresca anche in inverno, con considerevoli vantaggi non soltanto per la produzione di carne e formaggi, ma anche per un elemento di non poco conto, cioè il concime, utile per le altre coltivazioni.

  Le aziende agricole, infatti, erano dei meccanismi dove ogni ingranaggio aveva il suo posto e ciò in particolare in quelle della pianura irrigua, come le cascine che circondano Settimo. Il nostro paese, infatti, si trova immediatamente a ridosso della fascia dei fontanili, una sorta di cintura, parallela alle Alpi, da cui sgorgano o vengono fatti sgorgare questi corsi d’acqua.

  Di numerosi fontanili di Settimo, del resto, esistono testimonianze documentarie anche molto antiche: essi vengono indicati come confini di campi, ma molto più spesso, proprio perché l’acqua era una grande ricchezza, sono fatti oggetto di controversia in relazione a quelli che i documenti chiamavano gli iura aquarum, i diritti d’acqua.

  A chi appartiene l’acqua di un fontanile? Come fare a portare acqua in un campo, dovendosene attraversare un altro che non appartiene al medesimo proprietario? Che cosa succede quando, aperto un chiusino di un fosso, l’acqua deborda, danneggiandone altri? Come ci si regola quando l’acqua, passata attraverso il campo, scola al di fuori di esso? (la pendenza della nostra pianura, infatti, non è visibile in genere, ma esiste).

  Questi erano (sono) solo alcuni dei problemi che proprietari, agronomi e contadini dovevano affrontare quando si aveva a che fare con questo elemento.

  Buona da bere, rinfrescante per un bel bagno estivo, ma spesso contesa e, comunque, collegata alla fatica: per scavare e pulire i canali, infatti, non c’erano ruspe, solo lavoro di pala e di braccia, magari lubrificato da un bel bottiglione, mentre i proprietari ammassavano carte per dimostrare i propri diritti d’acqua e mentre il campé (camparo, da cui l’aperitivo) organizzava e governava i flussi nei diversi condotti, aprendo e chiudendo incastri e chiuse secondo precise tabelle (nei documenti antichi si dice la ruota).

  Poteva capitare anche, ogni tanto, qualche disgrazia: non era rarissimo che i bambini annegassero nei fossi in cui andavano a bagnarsi e a giocare, mentre fino al Cinquecento, per ottenere la pioggia, si usava dalle nostre parti non soltanto scongiurare l’Onnipotente, ma anche gettare crani di morti nelle teste di fontanile.

  Con l’acqua si faceva anche... il ghiaccio, con una ricetta seguita a Settimo come altrove. Si delimitava una piccola area in un prato e la si copriva d’acqua, aspettando che, una volta congelatasi, potesse ricevere nuovi “strati” di acqua, fino ad arrivare ad uno spessore accettabile: mentre magari i figli del contadino facevano pattinaggio, il contadino spaccava in blocchi il laghetto ghiacciato e portava questi nelle giassér (ghiacciaie), una delle quali dentro alla Cà del Mago (Palazzo Granaio) e l’altra (almeno nel ‘700) a Cascine Olona, entrambe dei conti d’Adda. E il ghiaccio resisteva, visto che si trattava di locali tutto sommato abbastanza isolati dal punto di vista termico, in un’epoca, come si rifletterà, che aveva temperature mediamente più basse rispetto alle nostre.

  Acqua per uso dell’agricoltura, acqua per divertimento, acqua per usi alimentari, acqua per lavarsi (non certo con la frequenza nostra, ma non necessariamente perché i nostri antenati fossero gente poco pulita).

  Manca un’ultima acqua, fondamentale per la nostra storia, cioè l’acqua santa, attinta con due dita nella penombra della chiesa, ma anche utilizzata, abbondantemente, per aspergere i campi durante le Quattro Tempora, prima dell’estate, perché l’acqua dei fontanili, unita all’acqua santificata da Dio, cooperassero a dare un buon raccolto, quindi a garantire il cibo e il necessario per pagare gli affitti e le imposte.

  I nostri avi, pensavano forse anche a tutta quest’acqua, quando chiudevano il raccolto a San Michele o a San Martino, se era andato tutto bene. E probabilmente scuotono la testa, quando vedono l’abuso che la nostra vita spesso immemore di loro ci fa compiere, in genere, di questo bene così prezioso.

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